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Posts Tagged ‘visione’

Come nelle favole.

Ci voleva il canto del principe a risvegliare questo blog dal suo beato riposo.

Idolo delle signore di mezza età e delle loro pellicce di visone, il piccolo Savoia ha sbancato l’Ariston assieme al figlioccio di turno della De Filippi, a ribadire ancora una volta chi comanda oggi in tv, nella musica e nel Paese.

Parlare male del brano “Italia amore mio” è davvero sparare sulla croce rossa. Mi limito a due parole: è il più incredibile e riuscito manifesto della peggiore Italia che conosciamo, sfacciatamente ipocrita e senza vergogna, carico di odiosi buoni sentimenti nazional-popolari, luoghi comuni e miseri miti. E’ lo sporco della pulizia, un gigantesco annegamento della profondità del Paese nelle acque stagnanti di un paternalismo monarchico di cui davvero non sentivamo la mancanza.

Ci resta solo un’arma di difesa: la satira e la parodia.

Almeno per ora.

Guardate il video qui sopra 🙂 (thanks to Solopersapere)

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Dall’Europa del Nord all’Abruzzo. Oggi mi sono imbattuto in questo post che spiega come il terremoto rappresenti un’occasione unica per sperimentare a L’Aquila un nuovo modello di città: più semplice, più sostenibile, più comunitario. Una new town intesa non solo come un complesso di nuovi edifici ma come una nuova visione del vivere insieme.

Ecco un passo dell’articolo che spiega cos’è una Città di Transizione. Buona lettura:

Immaginiamo un ritorno a modi di vita meno complessi di quelli attuali che tendevano alla pura sopravvivenza e a soddisfare i bisogni più elementari. Oggi abbiamo, almeno in parte, gli stessi bisogni fondamentali: ritrovare un luogo per abitare, luoghi di riunione per i necessari scambi economici e culturali, sicurezza sociale per poter ripensare a un futuro ancora possibile.

Come reagire, come sviluppare una buona capacità di adeguarsi a situazioni sempre diverse? Una delle possibili risposte probabilmente è dentro ognuno di noi, qualunque sia il suo ruolo sociale e si realizza nel sentirsi parte di un tutto e nel dono alla comunità delle proprie competenze, della propria disponibilità a partecipare, ad ascoltare gli altri, a cercare di ricostruire non solo edifici ma una comunità nuova che potrà in futuro affermare di essere stata veramente forte nel momento della necessità.

Maria Rita Acone

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Il popolo ha paura. Anche quello Della Libertà.

Nasconde la testa sotto il cuscino. Armato di senso comune, finta ilarità e ostentazione cronica. Si rannicchia sul divano, chiude occhi e orecchie al mondo, li sintonizza su RaiUno.

E non è un bel vedere. Anzi per essere precisi non è proprio vedere. La pornografia del video-realismo ci immobilizza come la luce artificiale sparata nelle pupille ci acceca. Ed è come guidare a fari spenti nel buio. E’ l’inizio del panico.

Tutti abbiamo paura. Parliamo di libertà ma intendiamo controllo. Parliamo di sicurezza ma intendiamo distanza. Dagli zingari, dalle zanzare e dai pensieri densi. Ci stiamo lentamente trasformando in rondaioli padani in overdose da Autan che tollerano solo la vista di giovani e giudiziose parlamentari del PPE.

E ve lo confesso: ci sono dentro fino al collo. Non c’è niente da fare. Senza accorgemene alzo muri di cinta dentro e fuori. Allora non resta che la fuga da questo bombardamento visivo, dall’eccesso di nitidezza, dalla perfezione dell’immagine e dalla pulizia a tutti i costi.

“I think I need to find a bigger place…

cause when you have more than you think, you need more space” E.V.


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I Led Zeppelin esordivano 40 anni fa. Quattro anime nitide e selvagge. E la musica con loro è cambiata, si è fatta sporca, drammatica, profondamente erotica.

Heavy music, questa l’espressione usata dai critici musicali dell’epoca per bollare una cosa che mai avevano sentito prima. Oggi fa sorridere ma alla fine degli anni ’60 non esisteva l’heavy metal. E il blues graffiante, elettrico, visionario di Page, Plant, Jones e Bonzo veniva sparato a volumi osceni, tale da far volare all’istante le parrucche dei giornalisti.

Oscenità è una parola chiave della storia dei Led Zeppelin. Il loro primo tour americano, le scene di isteria collettiva durante le interminabili performance che prendevano la forma dell’improvvisazione, del flusso sonoro puramente sensoriale, allucinato, senza freni, senza nessun controllo, viscerale, carnale.

Oggi suonano ancora divinamente, ma la band di quegli anni ha toccato vette irraggiungibili.

Auguri Led.
Un brano per ricordarli.

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I film di Fellini sono un viaggio al centro di noi stessi, dentro la sostanza, oltre le apparenze.

C’è un filo, un pensiero, un’ossessione che lega capolavori come La Dolce Vita, e Giulietta degli Spiriti.

L’inquietudine profonda di un tormento interiore, una lotta feroce contro i demoni, gli spiriti, i miti che dall’infanzia imbrigliano i nostri desideri e l’immaginazione. Fellini li racconta e li rappresenta: il mostro marino sulla spiaggia di Fregene, le visioni e la crisi di Guido Anselmi, Giulietta bambina al teatrino delle monache.

Il passato è sempre presente. La realtà si confonde nella dimensione surreale e onirica. Ed è nel sogno e nella follia che si può scorgere la vera natura delle cose. Fellini diceva: “l’unico vero realista è il visionario”.

Vedere è il punto. Vedere, capire e lasciare andare, riconciliarsi con noi stessi per liberarci dall’oppressione dell’educazione e della cultura. Perchè come afferma Valentina Cortese nella pellicola del 1965: siamo diventati terribilmente complicati e incivili.

Ecco una scena da Giulietta degli Spiriti.

Buona visione:

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