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Archive for the ‘Ultrasuoni’ Category

Come nelle favole.

Ci voleva il canto del principe a risvegliare questo blog dal suo beato riposo.

Idolo delle signore di mezza età e delle loro pellicce di visone, il piccolo Savoia ha sbancato l’Ariston assieme al figlioccio di turno della De Filippi, a ribadire ancora una volta chi comanda oggi in tv, nella musica e nel Paese.

Parlare male del brano “Italia amore mio” è davvero sparare sulla croce rossa. Mi limito a due parole: è il più incredibile e riuscito manifesto della peggiore Italia che conosciamo, sfacciatamente ipocrita e senza vergogna, carico di odiosi buoni sentimenti nazional-popolari, luoghi comuni e miseri miti. E’ lo sporco della pulizia, un gigantesco annegamento della profondità del Paese nelle acque stagnanti di un paternalismo monarchico di cui davvero non sentivamo la mancanza.

Ci resta solo un’arma di difesa: la satira e la parodia.

Almeno per ora.

Guardate il video qui sopra 🙂 (thanks to Solopersapere)

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Dir la verità è un atto d’amore

Fatto per la nostra rabbia che muore.

***

Manuel Agnelli. L’essenza del Paese in due parole, la sintesi perfetta di un omicidio.

Le vittime: la rabbia e la verità. Il carnefice: noi tutti.

Stiamo ammazzando la nostra rabbia: al suo posto Il Grande Sorriso. Quello di Silvio, quello di un Paese che balla mentre affonda, quello dei giovani a capo chino, sempre a mediare, sempre con moderazione, sempre sotto voce, sempre sotto tono.

Una vita subordinata al sorriso, para-subordinata al lavoro, viziata e interinale. Una vita di circostanza.

La smorfia a trentadue denti, il falso iper-concetrato, l’immagine artefatta della realtà. La nostra parte nella grande orgia mediatica. Va tutto bene, va tutto bene.

E invece no. Questo Paese è una merda.

Urliamolo. E’ la nostra ultima libertà: dire qualcosa che serva, dire la verità. E’ il nostro unico amore, la nostra ultima guida, la rabbia che abbiamo dentro. Buttiamola fuori.

***

Il Paese è reale è un disco di musica e parole. Afterhours, Benvegnù, Dente, Mariposa, Marta Sui Tubi, Calibro35, Roberto Angelini, Il Teatro Degli Orrori e tanti altri. La scena indipendente, in un album. Prezzo 9.90: solo alla FNAC.

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Avvertenza: ascoltare con cura.

E’ spiazzante trovare un brano così denso all’inizio di un disco. E’ come leggere la prima pagina di un libro di un autore che non conosci ed essere catapultati immediatamente nel cuore emotivo della narrazione. Non hai riferimenti e ti ritrovi senza reti.

Così è stato quando mi sono imbattuto in Vita Rubina, il pezzo che apre “Il segreto del corallo”, l’ultimo album di Moltheni.

Il brano è infatti un mondo a sè, complesso e completo. E’ la storia di una vita descritta attraverso la sovrapposizione di immagini e fotografie, una poesia che verso dopo verso cresce di intensità e di verità fino all’epilogo finale dove accordi e voce si aprono mostrando il loro lucido significato.

In poche parole: completamente fuori moda.

Buon ascolto.

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Il popolo ha paura. Anche quello Della Libertà.

Nasconde la testa sotto il cuscino. Armato di senso comune, finta ilarità e ostentazione cronica. Si rannicchia sul divano, chiude occhi e orecchie al mondo, li sintonizza su RaiUno.

E non è un bel vedere. Anzi per essere precisi non è proprio vedere. La pornografia del video-realismo ci immobilizza come la luce artificiale sparata nelle pupille ci acceca. Ed è come guidare a fari spenti nel buio. E’ l’inizio del panico.

Tutti abbiamo paura. Parliamo di libertà ma intendiamo controllo. Parliamo di sicurezza ma intendiamo distanza. Dagli zingari, dalle zanzare e dai pensieri densi. Ci stiamo lentamente trasformando in rondaioli padani in overdose da Autan che tollerano solo la vista di giovani e giudiziose parlamentari del PPE.

E ve lo confesso: ci sono dentro fino al collo. Non c’è niente da fare. Senza accorgemene alzo muri di cinta dentro e fuori. Allora non resta che la fuga da questo bombardamento visivo, dall’eccesso di nitidezza, dalla perfezione dell’immagine e dalla pulizia a tutti i costi.

“I think I need to find a bigger place…

cause when you have more than you think, you need more space” E.V.


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I Led Zeppelin esordivano 40 anni fa. Quattro anime nitide e selvagge. E la musica con loro è cambiata, si è fatta sporca, drammatica, profondamente erotica.

Heavy music, questa l’espressione usata dai critici musicali dell’epoca per bollare una cosa che mai avevano sentito prima. Oggi fa sorridere ma alla fine degli anni ’60 non esisteva l’heavy metal. E il blues graffiante, elettrico, visionario di Page, Plant, Jones e Bonzo veniva sparato a volumi osceni, tale da far volare all’istante le parrucche dei giornalisti.

Oscenità è una parola chiave della storia dei Led Zeppelin. Il loro primo tour americano, le scene di isteria collettiva durante le interminabili performance che prendevano la forma dell’improvvisazione, del flusso sonoro puramente sensoriale, allucinato, senza freni, senza nessun controllo, viscerale, carnale.

Oggi suonano ancora divinamente, ma la band di quegli anni ha toccato vette irraggiungibili.

Auguri Led.
Un brano per ricordarli.

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Milano. Via Montenero.

Al numero 55 stanno già suonando. Entro.

Sul palco i Ministri.

Non sono passati due mesi dalla prima volta che mi sono imbattuto nella musica di questi tre ragazzi milanesi. Una sera giro su Radio Popolare, un’emittette che non trasmette solo flussi di feci, e sento Berlino 3. Il mio primo pensiero è stato: “cazzo, questo è davvero qualcosa di potente”.

E adesso mi è chiaro. Ci voleva una canzone per riuscire a descrivere lo spirito del tempo. Non c’è da stupirsi. Che pagine e pagine di giornali, ore e ore di dibattiti tv fra politici, economisti, sociologi e vari ciarlatani non abbiano saputo rappresentare il nostro sentimento. Forse bisogna esserci dentro, forse solo chi vive nell’aria viziata e fatica a respirare può sapere cosa significa arrivare la sera a casa e accorgersi di non avere più senso.

Perchè qui si soffoca. In questo Bel Paese. Si respirano esalazioni letali di entusiasmo, disimpegno, lacrime in prima serata, censura, gadget nelle riviste, lampade abbronzanti e decreti legge. E gli amici se ne vanno, chi non parte si adegua alle facce e ai pensieri di plastica, la smette di insultare la tv che tanto non risponde e alla fine ci beve sopra.

E allora urliamo. Come fanno i Ministri. Urliamo le nostre ragioni, la rabbia, la frustrazione, l’euforia e i tutti i nostri sbalzi di umore. Non sarà la soluzione, non sarà la cura, non sarà utile. Ma almeno è qualcosa di vero. E *** solo sa quanto ne abbiamo bisogno!

Ieri sera non abbiamo fatto casino. Ma le vibrazioni erano quelle giuste. Mi sono guardato attorno. Non conoscevo quasi nessuno, ma mi sono sentito subito a casa.

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